HOLIDAYS REPORT (part 2)

Io e Ya Habibi ci siamo coccolati trascorrendo qualche giorno a Istanbul a cavallo di Capodanno.
Non ho nessuna intenzione di stare a scrivere un diario di viaggio: io non riesco a leggerli, li trovo di una noia mortale. Quindi non voglio stare a tediare su cosa ho fatto in sequenza temporale, quali monumenti ho visitato, quali locali ho frequentato, etc.
Dico solo che penso che Istanbul vada visitata, possibilmente non in inverno, come abbiamo fatto noi, perchè ci siamo presi freddo, pioggia e neve. Credo sia utile non limitarsi ai classici tour in Sultanahmet, ma spingersi un po’ al di fuori, anche solo nel quartiere di Galata, per assaporare meglio l’atmosfera di questa speziata città e mescolarsi ai suoi abitanti. Ogni tanto dimenticate locali indicati da guide, siti e amici e intrufolatevi in un posto qualunque, per mangiare e riposarvi. Da lì potrebbero derivare le esperienze più divertenti e memorabili.

Del nostro viaggetto voglio invece menzionare:

1) la sveglia all’alba da parte del signor muezzin, che ogni giorno mi ha colto impreparata nel torpore del sonno mattutino, ma che poi, nel corso della giornata, aspettavo con ansia perchè, per un attimo, mi riportava in una dimensione più interiore, presa com’ero da ciò che mi circondava

2) la ‘madleine di Proust di Ya Habibi’.
A zonzo per l’Egyptian Bazar, ogni due passi, un commerciante di spezie/frutta secca/dolciumi offre ai potenziali acquirenti assaggini di varie specialità locali.PhotoGrid_1420141771562PhotoGrid_1420140429247

Tra un pistacchio, un agglomerato di mandorle, nocciole e miele, ecco l’urlo esterefatto di Ya Habibi “l’halawy, l’halawy !”. Uno dei tanti ottomani ambulanti ci aveva fatto assaggiare una specie di pasta, l’halawy per l’appunto, catapultando Ya Habibi nella sua infanzia. Da quanto è emerso dai racconti derivati dalla degustazione, da bimbo, il mio ya habibone era costretto a mangiarsi pane e halawy a merenda, quando avrebbe voluto la nutella, tanto osannata dai compagni di scuola.

3) la sosta serale in un narghilè bar nel quartiere di Karakoy, in cui c’eravamo rifugiati sotto una nevicata imponente.PhotoGrid_1420140913927
C’entravamo come due turisti giapponesi in una trattoria di campagna in cui i padroni rubicondi parlano solo dialetto del posto. Si può immaginare quanto una donna bionda e riccia che, in inglese, chiede da mangiare qualcosa di vegetariano e rifiuta il narghilè stonasse con il gruppetto di imam seduti due tavolini più in là.

4) il ritrovamento che ho fatto al gran bazar. Qualche esperto di manga o semplicemente appassionato di cartoni animati giapponesi anni ’80 potrebbe ricordare a quale braccialetto assomiglia quello che ho acquistato.

2014-12-30 18.11.25
Solo un indizio:apparteneva alla protagonista di un cartone che guardavo quando ero piuttosto piccolina; si trattava di una ragazzina bionda un po’ maiala (direi a posteriori), dato che intratteneva rapporti equivoci con i due fratellastri.Chi è?

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